Violenza è solo una parola – Giovanni Gusai

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Voglio tornare ancora una volta sul tema della violenza nello sport. Tema sul quale non si deve tacere e sul quale è necessario portare sempre un certo tatto: il mondo ha la pessima abitudine di mettere il prossimo alla gogna, bisogna camminare come i gatti.

Questa volta, però, non sono io a scrivere. Quelle che state per leggere sono le parole di Giovanni, un amico molto capace che ha scritto queste righe dopo la lettura di un precedente post.
Lascio a voi la sua riflessione e vi rinvio al suo blog meteoropatico, leggete i suoi testi perché ne vale veramente la pena.

Ho letto quello che hai scritto con interesse. È una questione che non avevo mai analizzato o sentito analizzare da quel punto di vista specifico. Quindi già per questo: bravo. Hai fatto bene a farlo e non sei stato né ipocrita né superficiale.
Io mi sono fatto un’idea in merito e provo ad esporla di seguito: se coincide con la tua ne sono contento – per quanto ho capito, credo che la pensiamo comunque già nello stesso modo.

Secondo me la distinzione di fondo è una soltanto, un po’ filosofeggiante; di conseguenza porta con sé l’inevitabile rischio di diventare astratta e inutile. Io credo che il nodo centrale dell’argomentazione debba essere un serio e onesto (scevro da ogni ipocrisia, intendo) confronto sui fini. Se preferisci, sui mezzi e sui fini.
Viviamo in una società ineducata, irretita nel pensiero, incapace di scorgere la netta distinzione fra mezzi e scopi. Non si sa cosa si fa per e cosa si fa con, per intenderci. Mi vengono i brividi solo a soffermarmi per pochi secondi su quest’aspetto. Esempio banale: Facebook. Qual è lo scopo reale di Facebook? Facile: immagazzinare dati per poterli rivendere. Nel migliore dei casi, alle aziende per la pubblicità mirata – fatta eccezione per il più concreto degli scopi: fare i soldi come la merda, en francais.

“Sì ma io uso Facebook per mettermi in contatto con le persone, mi serve per quello”, “Grazie a Facebook mi posso tenere informato, principalmente non mi cancello per questo motivo”: confusione. Tutte affermazioni veritiere, tutte lontane dall’indagine sullo scopo di Facebook. Tu utilizzi il mezzo Facebook per un tuo scopo specifico – e, ironia della sorte, è Facebook stesso a decidere quali siano gli scopi di tendenza. Mi fermo perché se no si degenera, ma so che anche tu riterresti interessante proseguire uno scambio di idee sulla questione.

Torniamo agli sport da combattimento.
La prima domanda da porsi è: che ruolo ha la violenza?
E a me verrebbe da rispondere: la violenza è la componente principale del confronto nell’uno contro uno tipico di questi sport. La componente principale dello sport in senso assoluto? No. Almeno, non credo. Per il poco che ho avuto modo di vedere, parti fondamentali di questi sport sono: l’educazione all’autocontrollo, la gestione della propria forza, il superamento dei propri limiti, il rispetto per se stessi e per i propri avversari, la costanza. Magari mi sbaglio, ma credo sia obbligatoria una distinzione fra la pratica dello sport in generale, e il momento (centrale, sì, ma ben identificato e conciso nel tempo) del confronto/scontro.
Quello che tu premetti, la questione delle libertà individuali e della libera scelta di far parte di uno scambio violento, è sacrosanto e per me non merita ulteriori argomenti a favore. Aggiungo soltanto una nota sui mezzi/fini.

È in qualche modo possibile indicare la violenza come scopo reale degli sport da combattimento? Ossia: muai thay, kickboxing, pugilato, mma, vogliono mettere nel mondo persone più violente? Non credo.
È altrettanto facile affermare che la violenza serva a realizzare gli scopi specifici degli sport da combattimento? Definitivamente sì. “Cioè, mi state dicendo che la violenza può educare qualcuno all’autocontrollo e alla gestione dei propri limiti?” Sì, credo proprio di sì.
Ci sono delle dovute distinzioni e sottolineature: in questi sport la violenza non è prevaricazione arbitraria, non è imposizione, non è inflizione. Come hai scritto anche tu, è necessario che entrambi gli avversari sappiano a cosa vanno incontro, conoscano la violenza, accettino le circostanze, in qualche modo “firmino il contratto” che precede lo scontro. È pericoloso dirlo, ma devono volere la violenza: a proprio vantaggio e svantaggio contemporaneamente.

Ora, se vivessimo in un mondo razionale e educato al pensiero critico, e alla conseguente tutela delle libertà individuali, sapremmo tutti con certezza che è ben più importante condannare gli scopi che non i mezzi. Con questo non intendo dire semplicisticamente che il fine giustifica i mezzi. Dovendo prendere posizione, però, mi indigno più per scopi sporchi ottenuti con mezzi puliti (Facebook: è gratis, é diffuso, é utile, é graficamente efficace, mi piace – e genera dipendenza, mi ruba le informazioni, mi fa sentire solo e escluso se me ne allontano, deruba la mia privacy, mi vende via, lucra sulla mia esistenza), che non per scopi puliti ottenuti con mezzi sporchi (se per garantire acqua potabile agli abitanti del Terzo Mondo insorgesse una rivoluzione popolare con migliaia di morti, per dire: raggiunto lo scopo sarei quasi contento).

Giustifico la violenza degli sport da combattimento? Sì, se è una scelta, se è confinata nel tempo e nello spazio, se sa educare, se può in qualche modo migliorare le persone. E soprattutto perché non è violenta come altre cose riescono ad essere, in maniera infida e sleale. Violenza è solo una parola.