Pizza all’ananas e Muay Thai

L’altro giorno guardavo uno degli ultimi video postati da Cicalone di “scuola di botte”. Un video in collaborazione con Gianluca Colonnese , nome importante nel panorama italiano della muay thai.
Nel video Cicalone faceva una similitudine tra lo sport tailandese e la pizza. In pratica sosteneva che la vera arte thai fosse riscontrabile solo in Siam, esattamente come succede per la pizza napoletana nella città partenopea.
Siamo tutti d’accordo su tale affermazione e potremmo metterci la firma in piena sicurezza. La questione però mi ha fatto riflettere partendo da questa domanda: è questa la strada da seguire? Dobbiamo necessariamente portare il modello thailandese anche in Europa?
In altri termini: è giusto aprire un locale e fare la pizza napoletana nel Buri Ram?
Giusto o sbagliato che sia, è probabile che il locale chiuderà a meno di adattarsi ai gusti locali, magari non utilizzando formaggi, inserendo frutti a noi sconosciuti e facendo improbabili miscugli di spezie.

Pizza all’ananas

La pizza con fette d’ananas e prosciutto cotto pare essere diventata la nemesi dei food-nazi. Quello che è un condimento nato in Canada richiama i sapori tipici delle isole hawaiane.
Personalmente ho assaggiato una fetta di quella pizza e in tutta franchezza non mi è sembrata il male assoluto: non mi è piaciuta, come non mi sarebbe piaciuta una pizza con prosciutto e melone ma ammetto che trovo più gradevole l’accostamento dell’ananas al cotto del tradizionale crudo e melone.
Ora sparatemi.
Cosa voglio dire? Voglio dire che la pizza all’ananas funziona. Va a soddisfare dei gusti che non sono nostri e va ad offrirsi ad un mercato che non è di certo quello mediterraneo.
Non è una vera pizza? Due pezzi di ananas possono davvero cambiare l’essenza di un piatto tradizionale? Che è molto meno tradizionale di quello che ci raccontiamo, ma ci arriviamo.

Raimon Panikkar, sport e gastronomia

Molto probabilmente pochi di voi lo avranno mai sentito nominare ma il signor Panikkar è il padre dello scambio e del dialogo culturale. Parliamo di un filosofo, per metà catalano e per metà indiano, che grazie alle sue diversissime culture di origine è stato capace di gettare le basi per una delle discipline oggi più importanti: lo scambio interculturale, appunto.
Uno dei principi di questa disciplina sostiene che la propria base culturale sarà sempre e comunque fondante e che non verrà mai completamente soppiantata da quella nuova. In pratica un cristiano che diviene buddhista non perderà mai totalmente le proprie radici abramitiche in quanto queste appartengo al suo sistema di relazione con l’esterno. Con buonapace dei fricchettoni che ripudiano il passato monoteista e pensano di liberarsi della propria cultura abbracciando solo quello che fa comodo delle culture altrui… Un vizietto tutto occidentale! Ma sto divagando.

Gli imprenditori stranieri del settore alimentare sanno bene che i nostri palati hanno una sensibilità del tutto differente da quelli asiatici, per esempio. Ed ecco che i ristoranti indiani e tailandesi ricalibrano completamente i propri piatti pur di avere clienti anche a Milano, Madrid e Copenaghen, e noi che crediamo di amare il sushi perché “i roll col salmone sono la fine del mondo” senza sapere che quello di cui ci abbuffiamo all’all you can eat è una versione americana della tradizione giapponese.

Così anche nello sport è necessario fare degli adattamenti che risultino papabili al pubblico al quale si propone. Non solo, è molto facile che un khru europeo abbia avuto una formazione occidentale per l’appunto. Anni di insegnamento secondo un certo tipo di metodiche non possono venir rimossi da qualche settimana, per quanto intensa, di camp in Thailandia. Questo non solo perché gli anni di allenamento lasciano comunque delle impronte motorie molto ostiche alla correzione ma sopratutto perché la visione del combattimento ha il suo “retaggio culturale”.
Il pericolo è che fissandosi nella tradizione ci si perda l’innovazione.

“L’innovazione di oggi è la tradizione di domani”

La tradizione della pizza è un qualcosa che la maggior parte dei nostri nonni non hanno conosciuto se non in tarda età. La pietanza ha fatto un giro tutto strano prima di diventare famosa nel Bel Paese. Fu resa celebre negli USA dai migranti partenopei, i soldati in arrivo nella penisola al termine della seconda guerra mondiale, cercandola, la fecero conoscere anche nel resto stato italiano. Probabilmente la piena diffusione nel territorio si ebbe alla fine degli anni ’60.
Nel libro di cucina di Artusi non c’è traccia di pizza e il pomodoro come alimento si diffonde largamente prima tra gli emigrati italiani che tra gli abitanti della penisola.
In pratica la cucina italiana l’hanno resa famosa i soldati americani.

Lo sport segue le medesime evoluzioni.
La muay thai non è sempre stata come la conosciamo oggi. Nell’età d’oro i combattimenti avevano delle dinamiche differenti: ora abbiamo un approccio molto votato al punteggio, il lavoro sul clinch è migliorato notevolmente e ci sono team che si concentrano moltissimo su questo tipo di lavoro. Dopotutto persino nel calcio non si gioca più come negli anni ’60.
Nella boxe thailandese, tra l’altro, non ci sono sempre stati i guantoni, il ring e tanto meno i round. Sono aggiustamenti che sono stati introdotti in seguito all’arrivo degli occidentali nell’Indocina. Sarà mai un caso che la pugilistica è la stessa della boxe?

Ovviamente questo mutare ha i suoi detrattori, nomi importanti dello sport ne denunciano la rovina. In un mondo sempre più veloce però non si può fare a meno di adattarsi: così fecero i Rufus dopo che Rick fu gambizzato da Changpuek nello storico incontro. Da allora la kickboxing ha fatto passi da giganti e ora costringe i thai ad allenarsi per competere nei prestigiosi tornei di k1. Gli stessi thai che qualche anno fa non si allenavano quando dovevano combattere con i farang.

Ha così tanto senso, perciò, per un europeo cercare un’esasperazione della purezza thailandese?
Personalmente nutro dei dubbi e non ho una posizione ferma a riguardo. Riconosco però che gli atleti europei si confronteranno sempre più con europei, verranno valutati da europei e ai loro match avranno un pubblico europeo. Quest’ultimo, per me, è la chiave di volta, perché se il pubblico non è soddisfatto i giochi finiscono in fretta. Tornereste al ristorante nel quale avete mangiato male?

Cosa ci riserva il futuro?

Chi segue questo blog da un po’ sa bene, almeno spero, che le parole che scrivo non hanno la minima pretesa di essere verità assolute ma delle semplici riflessioni trasformate in caratteri nella speranza che possano aprire un dibattito.
A mio umilissimo parere il futuro della muay thai risiede nei combattimenti con i guanti da 4oz o coi pugni cordati. Il cambio dei guanti modifica l’impostazione del combattimento rendendolo diversissimo anche per un inesperto dal k1, l’assenza di proiezioni d’anca e della lotta a terra rende il tutto diverso anche dallo striking delle mma. La muay thai, in quel caso, sarebbe chiaramente muay thai.
Questo, a parer mio, è ben chiaro in ONE, l’unica organizzazione in grado di portare al grande pubblico la muay thai rendendola ben distinguibile dal k1. ONE è ciò a cui probabilmente ambiranno i professionisti. L’organizzazione regala la possibilità di vedere tutto gratuitamente ed è facile far aumentare il pubblico senza temere streamig pirata e simili. Di conseguenza con un controllo alto del settore cresceranno anche i soldi in circolo.

P.S. a me lo striking nella gabbia fa cagare.