La morte sul ring, sport e salute

Chi segue la muay thai combattuta nella terra del sorriso avrà sicuramente saputo del triste decesso del giovanissimo Luktoy, in seguito a complicazioni nate dal knock out subito durante il suo ultimo match.

La notizia è triste, lo è ancor di più se consideriamo che ciò poteva essere evitato.
La morte, infatti, è avvenuta in seguito a gli allenamenti ripresi in tempi troppo precoci rispetto alle fisiologiche necessità del corpo.
Il ragazzo si è spento a soli 23 anni.

Sappiamo bene di essere spesso messi in croce per le tristi eventualità che nel ring accadono, fortunatamente, di rado, mettendoci alla gogna come se fossimo dei pazzi criminali.
Non voglio concentrarmi, però, su questo punto. Non voglio sfruttare la morte di un ragazzo per vomitare opinionismo facile e cliché, voglio parlare del rapporto dello sport con la salute.

Da sempre siamo stati bombardati dall’idea che praticare sport sia una cosa sana, con un sacco di lati positivi per la salute e bla, bla, bla… Questo discorso calza per gli sportivi amatoriali, che si allenano 3 o 5 ore alla settimana, non per gli agonisti.
Badate bene non circoscrivo il discorso agli SDC, ma parlo in maniera generale! Chiedete ai fisioterapisti e ai massaggiatori come son messi i calciatori, e non mi riferisco agli atleti di serie A ma anche a quelli di serie molto inferiori.
Non esiste atleta che non si sia infortunato. Essere un agonista significa portare il corpo al limite, osare più del dovuto e, a volte, pagarne le conseguenze, che si tratti di uno stop di qualche settimana o della fine di una carriera.

Arrivati ad una certa età, chi più chi meno, pagheremo gli sforzi e le torture sottoposte al nostro corpo: Spalle e ginocchia da buttare, delle cartilagini solo il ricordo, cuore e arterie compromessi e addirittura la sbronza pugilistica.
Il mio non vuole essere un atto intimidatorio o un cattivo augurio, vuole essere solo una lucida consapevolezza. I nostri acciacchi avranno dietro una storia che con un po’ di malinconia, e maledendoci un po’, potremmo raccontare.

Non è detto che tutti sviluppino questi disturbi o che questi raggiungano condizioni severe tali da precludere il resto della vita.
Un modo per schivare la pallottola c’è ed è semplicissimo, ma per nulla facile da tenere a mente: capire quando fermarsi.
Il nostro corpo ci parla e noi dovremmo ascoltarlo, lo dico in primis a me stesso che mi ritrovo a scrivere con un tendine lacerato e con la consapevolezza che i miei allenamenti saranno compromessi per un bel po’ di tempo.
Ricordiamoci che fermarsi spesso equivale semplicemente ad abbassare il ritmo, quindi concediamo al nostro corpo le pause che si merita e cerchiamo di preservare questa strepitosa macchina il più a lungo a possibile.

Impariamo ad ascoltare anche le indicazioni del personale sanitario: E’ sempre meglio fermarsi per due settimane che per due mesi. Le date che ci vengono fornite son frutto di studi accurati e accertati, non è che i medici ci vogliano rompere le palle a priori…

Luktoy ha ripresto gli allenamenti dopo una sola settimana con un danno cerebrale ed ha perso la vita, che non sia morto invano: impariamo la lezione.

luktoy

P. S.
Che io sappia è stata aperta una raccolta fondi per la famiglia del ragazzo a cui ognuno può contribuire tramite crowdfunding.
Inizialmente non mi è parsa un’operazione molto trasparente ed ho preferito non mettere il link. Mi son ricreduto e lascio la possibilità a chiunque di contribuire.