K1, kick boxing e Darwin

“Il k1-style sta diffondendo un nuovo stile marziale, diverso dalla kickboxing, che magari utilizza di più il pugilato?” Questa domanda arriva da Manuele, un lettore del blog.
In un precedente post abbiamo osservato le differenze che distinguono la muay thai dalla kickboxing, oggi proviamo a verificare se sia reale la dicotomia k1 – kickboxing.

Il k1 è ciò che mi ha avvicinato agli sport da combattimento: Ricordo quando nei primi anni duemila mi ritrovavo a registrare tramite vhs gli incontri che Eurosport trasmetteva a orari improbabili . A volte non rispettavano il palinsesto e mi ritrovavo a guardare tornei di freccette o corse di ciclismo.
Nonostante tutto, questo torneo mi allontanò dalle arti marziali tradizionali aprendomi gli occhi sul mondo del combattimento.

K1: la storia

Ufficialmente il k1 nasce nel 1993 in Giappone come erede di un precedente torneo, il “Seidokaikan“. Lo scopo di entrambi era sancire quale fosse il miglior stile di striking tra le arti marziali e gli sport da combattimento.

Vi erano due grandi divisioni di peso il World Max Grand Prix ed il World Max.
Nella prima categoria abbiamo assistito al dominio assoluto della scuola olandese, madre di mostri sacri come Ernesto Hoost, Peter Aerts e Semmy Schilt.
Nel k1 World Max la nazionalità dei titolati diviene decisamente più mista. Troviamo il thailandese Buakaw Por Pramuk, che imponeva il suo nome nel mondo dello striking e chiariva l’importanza della muay thai all’interno del quadrato. In questa categoria, la scuola olandese si ripresenta con atleti come Albert Krauss e Andy Souwer. Quest’ultimo era, a mio parere, il pugile migliore, secondo solo a Giorgio Petrosyan, unico vincitore per due volte consecutive del titolo e consacrato oggi come uno dei migliori kickboxer di sempre (Bukaw e Souwer vinsero anche loro per due volte, ma ad anni alterni).

Regolamento

Al k1 partecipavano atleti provenienti dalle fila di diverse discipline. Per poter farli competere era necessario creare un regolamento omologante che permettesse a tutti di esprimere le proprie potenzialità. Le regole mutavano di anno in anno e riguardavano principalmente la fase di clinch, nella quale gli atleti di estrazione thai avevano il dominio assoluto.
Si iniziò a ridurre i secondi di corpo a corpo e a limitare l’uso delle ginocchiate in questa fase del combattimento. Le ginocchiate da subito ebbero una gran presa sul mondo dello striking mentre in tanti eventi precedenti non erano ammesse.

Ad essere maliziosi, e al tempo lo ero decisamente di più, si potrebbe pensare che questi aggiustamenti di regolamento servissero per limitare il dominio di alcuni atleti ai danni di quelli giap… emh degli altri.
Ridurre o limitare il clinch però permetteva al pubblico di fruire di combattimenti dai ritmi serrati e poveri di clinch da recupero.
Il Glory (il vero successore odierno del K1) ha esasperato ancora di più il tutto, ha rimosso dalle tecniche consentite la cattura degli arti e le conseguenti spazzate.

Darwin e il K1

Nei principali tornei di kickboxing odierni si osservano regolamenti molto simili a quelli del torneo giapponese. Le scuole di kickboxing hanno quindi perfezionato la propria tattica di combattimento su questo regolamento aggiungendo importanti lavori di ginocchia e aumentando il lavoro sulle combinazioni.

Esiste quindi una dicotomia k1/kickboxing? La risposta, a mio avviso, è no.

La teoria dell’evoluzione Darwiniana ci dice che sono gli individui più adatti all’ambiente che sopravvivono e non i migliori. Ad oggi il k1 style risulta essere lo stile di combattimento più adatto ai diversi tornei di kickboxing a cui possiamo assistere.
Come abbiamo visto nel post su Changpuek Kiatsongrit nel suo incontro con Roufus l’acrobatica di un certo tipo di kickboxing ha dovuto lasciare spazio alla concretezza di tecniche meno spettacolari come i low kick. Ne abbiamo la prova anche oggi quando un piroettante Raymond Daniels non ha potuto fare altro che soccombere di fronte ad atleti come Holzken e Valtellini.

La kickboxing contemporanea sta dando un largo spazio a combinazioni lunghe (parliamo anche di dozzine di colpi come la serie inflitta da Gokhan Saki a Daniel Ghita) e si allontana ancora di più dalla dinamica thailandese shot to shot.
La chiave delle combinazioni risiede nel gioco tra quattro fattori: la posizione, la distanza, i livelli e il ritmo.
Posizione e distanza vengono gestiti dal footwork, ossia dal movimento dei piedi nel terreno e indicano il rapporto tra i corpi dei due pugili. Coi livelli intendiamo il gioco di altezze nel quale vengono portate le tecniche (testa, corpo, gambe), mentre con ritmo ci riferiamo alla cadenza con la quale queste vengono portate a bersaglio.

Le tecniche di braccia di norma sono più adatte a questo tipo di lavoro perché permettono di portare un maggior numero di percussioni in un lasso di tempo inferiore. Lasciano più libertà al pugile sugli angoli di posizionamento e comportano un minor dispendio energetico.
In queste combinazioni vengono comunque inserite delle tecniche di gamba, questo perché più è ampio un arsenale e più è difficile leggere gli schemi e creare una difesa adeguata.

In conclusione possiamo vedere il k1 style come la logica conseguenza di un processo di adattamento al combattimento contemporaneo e non una branchia separata. Un po’ come il concretizzarsi delle mma come stile combattimento.
Ringrazio ancora Manuele per il contributo.

Buona pratica.