Cosa deve fare un agonista di SDC? – Lorenzo Mosca

Oltrelacorda è fondamentalmente uno spazio personale, in questo spazio ho veramente il piacere e l’onore di ospitare le parole e le idee di altre persone. Non che sia un un palcoscenico di chissà quale portata ma è piuttosto una casa, un bar dove ci si confronta e si parla.
Questa volta ho il piacere di lasciare la parola a Lorenzo Mosca, già citato nei precedenti articoli.

Lorenzo è un ragazzo marchigiano, con un passato da pro nello striking, che si occupa di nutrizione e preparazione atletiche per discipline da combattimento e crossfit. Ha collaborato e collabora con spazi web molto importanti, inoltre gestisce il suo sito che potete visualizzare premendo qui.

Lascio a lui la parola dove ci spiegherà quali sono i doveri di un fighter e di chi gli sta attorno…

Buona lettura

Un atleta di sport da combattimento, deve pensare solo ad allenarsi. Punto.

Sembrerà una banalità, ma, soprattutto se l’atleta è di medio alto livello, il suo unico obiettivo, la sua unica preoccupazione dovrebbe essere quella di allenarsi con costanza e determinazione, cercando di focalizzare tutte le sue energie sul combattimento, e sull’allenamento che lo prepari a quell’importante appuntamento.

Voi direte, ma è necessario ribadire questo concetto, che sembra una banalità? Ebbene sì.

Perché troppe volte, purtroppo, i nostri poveri atleti, già di per sé merce rara e preziosissima, sono costretti a diventare preparatori atletici, allenatori, nutrizionisti, psicologi, manager. O si improvvisano nel farlo. E questo non va bene.

Ma analizziamo la questione nel dettaglio.

Premessa

Prima di iniziare con l’analisi, devo confessare il mio palese conflitto di interessi. Impegnandomi nella preparazione fisica e nella nutrizione per sport da combattimento, questo articolo ne sosterrà l’utilità, e sosterrà l’utilità di avvalersi di professionisti in questi ambiti. Quindi sarà un articolo che porterà (anche) acqua al mio mulino. Cercherò sempre di sviluppare la questione in maniera razionale ed argomentata. Tuttavia, rimango sempre a disposizione per qualsiasi commento o critica. Dopo questo autodafé, possiamo iniziare.

 

La situazione attuale

Sempre più spesso mi trovo davanti ad una situazione paradossale. Tanto maggiore è il livello di un combattente, quanto minore sono il tempo e gli ambiti in cui esso sarà seguito da un allenatore.

Mi spiego meglio: più un atleta possiede esperienza agonistica, e quindi sempre più impegnativi saranno i combattimenti in termini di richieste fisiche e tattiche, e sempre più forti ed esperti saranno gli avversari, così anche come sempre maggiori saranno anche gli aspetti che dovrebbero essere meticolosamente curati. Ho usato il condizionale non a caso.

Perché alcune volte si vedono atleti di livello, allenarsi praticamente da soli. Avete capito bene: da soli!

Cioè proprio quando avrebbero maggiore bisogno di una guida, anzi di una squadra di persone che lavorino con lui e per lui, proprio in quel momento si trovano costretti a far da soli?

Questo auto allenamento dell’atleta può avvenire per due dinamiche diverse ma che, per una sorta di eterogenesi dei fini, portano entrambe al medesimo risultato: scarsa qualità degli allenamenti e dispersione di energie.

Infatti la situazione può verificarsi sia perché, ad un certo punto della propria carriera, un atleta si consideri tanto capace, da strutturarsi in autonomia gli allenamenti e organizzarsi tutti gli altri aspetti della preparazione.

Sia anche perché nessuno riesca ad insegnare l’importanza di aspetti complementari dell’allenamento, che diventano via via più importanti mano a mano che il livello salga, e così il nostro povero atleta sarà costretto a “fare da se”.

In entrambi i casi, che l’auto allenamento avvenga per volontà o meno, il risultato sarà necessariamente il medesimo: improvvisazione ed eccesso di stress.

Le aree dell’allenamento

Come avevo già avuto modo di scrivere in un precedente articolo, possiamo suddividere gli aspetti determinanti della preparazione di un atleta avanzato, in 5 grandi macroaree: parte tecnica e sport specifica, preparazione atletica, nutrizione, psicologia e promozione pubblicitaria, taglio del peso. (Potete trovare l’articolo completo qui)

Per quanto l’argomento possa essere fonte di discussione, sia negli aspetti quantitativi sia come importanza percentuale di ciascuna area, sembrerebbe essere abbastanza accettato oramai, il fatto che questi siano aspetti non più trascurabili se si voglia massimizzare le potenzialità di un atleta e portarlo a competere al suo massimo.

Mi rendo perfettamente conto che il non plus ultra sarebbe per un atleta poter disporre di 6 professionisti che lavorino in sinergia: allenatore della disciplina, preparatore, nutrizionista, psicologo, manager, esperto in comunicazione.

Ovviamente ciò può avvenire, ed avviene, solo per una ristrettissima cerchia di campioni, che operano in circuiti sportivi in cui vi siano le condizioni economiche in primis, ed anche una diversa cultura sull’argomento. Basti pensare al più famoso torneo delle MMA, quell’UFC che tanto sta prendendo popolarità in USA e nel mondo, e che, per certi versi, sta ridefinendo protocolli e metodiche di allenamento, di programmazione e di sinergia tra le varie figure. A mio avviso questa tendenza si riscontra in maniera molto minore in altri sport, pensiamo alla Kickboxing od al Pugilato, ed ancora meno nel nostro Bel Paese.

Non ci nascondiamo dietro un dito, il fattore economico è di certo il discrimine fondamentale nella strutturazione e nell’organizzazione di un atleta avanzato negli sport da combattimento. Senza una solida base monetaria, garantita dal giro di interessi di un ragguardevole circuito sportivo, e quindi dalle generose borse per atleti e addetti ai lavori, è impensabile anche solo pianificare una squadra di professionisti che possano organizzare stabilmente un programma agonistico.

Ma c’è anche dell’altro, e questo è legato ad aspetti di approccio culturale allo sport.

Il “vecchio inamovibile” ed il “giovane infervorato”

Accadono cose strane e meravigliose nel nostro ambiente. Non possiamo esimerci dal presentare le figure paradigmatiche del “veterano inamovibile” e del “giovane entusiasta”. Entrambe questi personaggi incarnano due modi tanto contrari nelle premesse quanto deleteri nei risultati, di approcciarsi all’allenamento a tutto tondo dei nostri sport. Entrambi i personaggi fondano il loro metodo su una errata concezione culturale.

Il “vecchio inamovibile” è il recalcitrante fino al parossismo a modificare usanze e tradizioni. Tenacemente impegnato a difendere il proprio orticello, non solo da non accorgersi che l’orizzonte è più ampio di ciò che si credeva, ma da bloccare qualsiasi tentativo in tal senso. Quando il “si è sempre fatto così” diventa l’unica bussola per il proprio agire.

Nel combattimento la relazione tra allenamento e prestazione è molto meno diretta che in altre attività, ed anche questo è una delle meravigliose bellezze di questi sport. Tuttavia, per un simpatico quanto paradossale teorema, quando uno vince, od ha vinto tempo fa, in quel caso magicamente i suoi risultati diventano diretta conseguenza delle prassi in allenamento. Ed in questo brodo di coltura sguazza il nostro “vecchio inamovibile”, che magari tempo fa ha vinto questo e quello. E la domanda che sorge portentosa è: “ma si è vinto grazie, o nonostante quello che veniva fatto in allenamento?”

Di contro non è da meno il nostro “giovane infervorato”, innamorato a priori dell’idea stessa di progresso, che crede ciecamente che il dopo sia sempre meglio del prima. Sempre all’erta a scovare il più recente e sensazionale video in cui viene mostrato l’ultimo ritrovato della tecnica o l’ultimo esercizio particolarissimo. E dopo aver comprato il primo e copiato il secondo, li somministrerà senza sosta a tutti, ovviamente stufandosi appena scorgerà altro all’orizzonte. Prima tutti a correre e menare alla peretta, poi niente corsa e tutti circuiti. Prima tirare tibiate ai tronchi d’albero e a lanciarsi palle sull’addome, poi prendere a mazzate i copertoni, poi indossare maschere in allenamento, poi elettrostimolatori su tutto il corpo, poi prendere qualsiasi integratore appena uscito sul mercato. E così via.

Entrambe le nostre goldoniane maschere hanno effetti potenzialmente deleteri sugli atleti. Nel primo caso condannando gli allievi ad una eterna inamovibilità, sia pratica che metodologica. Nel secondo caso ad un incessante e illogico cambiamento continuo. Risultato, in entrambi i casi, sarà una inefficiente espressione del potenziale del combattente.

L’atleta deve allenarsi e basta

Sospinto tra questi due estremi, ogni atleta si comporta in diverse maniere. La maggior parte si fida e si affida al proprio maestro, come è giusto che sia ed in perfetta buonafede. Il quale maestro, per via del particolare legame creatosi con l’allievo, diventa un nume tutelare, quasi un secondo padre. Nel rapporto maestro allievo si possono verificare tre diverse situazioni, che noi giudichiamo non particolarmente vantaggiose per la sua crescita.

  • Il primo caso si verifica quando l’allenatore, sordo a ogni ipotesi di cambiamento quanto fermo nelle proprie convinzioni, eviterà di considerare le altre aree che sono state esposte sopra e di conseguenza gli altri professionisti che potrebbero dare una mano, bollando tutto come inutile o addirittura dannoso (quanto volte abbiamo sentito dire da allenatori anche prestigiosi “i pesi non servono. I pesi fanno male”). In questo caso l’atleta rimarrà fermo e fedele a questa immobilità.
  • Nel secondo caso, un allenatore potrebbe addirittura “fregarsene” di cose che non comprende e che considera meno che secondarie, lasciando l’atleta da solo, con l’onere di provvedere e organizzare le altre aree. Il risultato sarà che egli dovrà occuparsi di cose in cui, nella maggior parte dei casi, non sa dove mettere le mani, o comunque affidarsi a qualcuno che possa curare questi ambiti. Tutto ciò non potrà che distogliere energie preziose da quella che deve essere la unica “preoccupazione”: allenarsi.
  • Nel terzo caso invece è lo stesso atleta, che, raggiunto un buon livello di esperienza, si lascia sopraffare dal verme della superbia e si sente in grado di provvedere in autonomia a tutti gli ambiti della preparazione: parte tecnica, parte atletica, nutrizione, gestione commerciale. Essendoci purtroppo solo rarissimi casi accertati di tuttologia, per la maggiore il risultato non sarà di certo quello preventivato. Si assisterà solo ad una accozzaglia di esercizi, metodologie e programmazioni, senza alcun concetto di progressione o costanza, che distoglieranno sempre più l’atleta dalla sua unica “preoccupazione”, sempre la stessa: allenarsi.

Soluzione: umiltà – conoscenza – collaborazione

Come ovviare a queste spiacevoli situazioni?
Come permettere ad un atleta di dedicare anima e corpo solo all’allenamento?
Come ottimizzare al massimo un combattente?

Umiltà, conoscenza, collaborazione.

Umiltà di riconoscere che esistono ambiti di cui non si ha padronanza.
Conoscenza di aree che acquisiscono sempre maggiore peso negli sport da combattimento.
Collaborazione tra diverse figure professionali.

Questo trittico potrebbe già essere una semplice strategia per migliorare la situazione. Ovviamente non tutto ciò che suona semplice sarà poi facile. Non sarà facile. Ma sarà di certo un traguardo a cui tutti auspichiamo, non solo essendo io parte in causa di questo processo. Credo che solo attraverso questo trinomio possiamo migliorare la situazione degli sport da combattimento in Italia, e permettere che questo meraviglioso mondo possa conquistarsi la sua meritata quota di importanza e di popolarità.

Qualcosa si sta muovendo. Noi proviamo a fare il nostro. Il risultato? Lo scopriremo solo vivendo.

Lorenzo Mosca