Dalle Arti Marziali Tradizionali Agli Sport da Combattimento, I Transfert

Negli ultimi anni si è consolidato il solco tra le arti marziali classiche e gli sport da combattimento.
Nonostante siano presenti discipline ponte tra questi due mondi (Thai e Sanda per esempio): è innegabile che spesso e volentieri nelle scuole si segua decisamente più il filone sportivo.

A mio parere il punto di non ritorno coincide con la nascita delle mma come stile di combattimento in sé e non più come un regolamento. E’ la stessa dinamica che è avvenuta nella kick Boxing con l’avvento del K1, con la differenza che le mma han da subito coinvolto sia stili di lotta che di percussione.

Ci sono però tanti marzialisti che si cimentano, o che lo vorrebbero, nella pratica degli SDC.
Ce ne sono tanti di successo, basti pensare a Raimond Daniels (che onestamente non apprezzo) o Davit Kiria (che invece ammiro).
Uno degli interrogativi più comuni su queste transizioni riguarda la possibilità di utilizzare le competenze acquisite nel percorso marziale anche in un contesto sportivo differente.

Il Transfert

Generalmente si parla di transfert quando un lavoro in un determinato contesto può apportare un beneficio in un altra situazione. Esempio: avere un buon press sopra la testa aiuta ad avere diretti più potenti, il military press ha un transfert sui diretti (in realtà su tutti i pugni, ma sui diretti in particolare, NDS) 

Contestualizzando il discorso alla transizione da arti marziali tradizionali a sport da ring son solito a distinguere il transfert in due tipi: Diretto e indiretto.

Il transfert diretto è la capacità di utilizzare tecniche e impostazioni della propria disciplina all’interno di un’altra competizione. Per esempio un praticante di taekwondo wtf potrà facilmente utilizzare l’abilità del calciare al viso ma avrà un’enorme carenza per quanto riguarda la pugilistica e la guardia.

Il transfert indiretto invece è la capacità di utilizzare capacità coordinative acquisite anche in un contesto differente a quello specifico.
Prendiamo sempre in considerazione il praticante di taekwondo, egli in un contesto diverso, per esempio in un match di k1, manterrebbe comunque la sua visione per le tecniche di gamba dell’avversario.

Un marzialista che deciderà di provare la sfida del ring porterà con se molti tranfert indiretti: i concetti di distanza, di spostamenti e quasi tutto ciò che ha che fare con la posizione nello spazio.
Saranno decisamente meno i transfert diretti, infatti è estremamente improbabile che un marzialista medio sia efficiente in una competizione di pari livello in uno sport da combattimento. Questo perché sarà carente delle capacità specifiche per la situazione di gara.

E’ importante notare che la maggior parte degli atleti contemporanei hanno un background nelle arti marziali più tradizionali.
Sono diversi gli atleti che hanno iniziato il loro percorso da fighter nelle arti marziali basti pensare a Jauncey, Kiria e Valtellini, o a, sicuramente, tanti dei vostri compagni di allenamento.

Attitudine: “karate makes though guys”

“Karate makes though guys”, questa la frase del commentatore in riferimento al sopracitato Davit Kiria nell’ incontro con Andy Ristie. Un match molto duro dove il georgiano mostra un incredibile robustezza di spirito.
Non credo che l’attitudine si apprenda, l’attitudine è innata.
Essa è per forza di cose presente nel marzialista che decide di mettersi alla prova in un sport da combattimento, al di là del risultato.

Abbiamo tutti visto il video del maestro di kung fu picchiato come una pentolaccia dal praticante di mma, e non è l’unico caso…
Possiamo parlare di personaggi che vivono con la testa un po’ sulle nuvole, dall’ego abbondante e magari con poca capacità di discriminazione, ma parliamo sempre di personaggi con i coglioni al loro posto. Gente che ha le palle dove devono stare, e sono queste le persone che vogliamo vedere sul ring. Al di là della vittoria e della sconfitta.